Il settore teme il piano per tagliare la dipendenza dal gas russo che vieterebbe l’uso del metano dal 2029. Per questo chiede regole, tempi certi e coerenza con gli obiettivi della transizione
“Se le nuove regole UE entrassero in vigore, così come ne sentiamo parlare oggi, la filiera italiana potrebbe subire un calo del fatturato annuo stimabile tra il 30 e il 35%”, un miliardo di euro.
Alberto Montanini, manager dell’Emiliana Immergas Spa. e presidente di Assotermica, l’associazione dei produttori di impianti termici, pur con tutte le cautele del caso per una regolamentazione che non è neppure un progetto, non ha dubbi sull’impatto che il divieto di vendita di caldaie a gas naturale dal 2029 potrebbe avere sul sistema Italia.
“Non c’è chiarezza”, dice Montanini, “ma la direzione che sembra stia prendendo la UE rischia di vanificare gli investimenti dei produttori. Siamo davanti a una scelta politica, non ponderata, che tarpa lo sviluppo dell’efficientamento multienergetico su cui ha lavorato l’intera filiera italiana. In più, vietare la vendita delle caldaie a gas dal 2029 non dà alcun aiuto alla riduzione della dipendenza dalla Russia e delle emissioni”.”
Il motivo del contendere, — uno dei principi di indirizzo previsti all’interno di REPowerEU, il piano varato dalla UE per ridurre la dipendenza dal gas russo che prevede che entro il 2029 sia vietata la vendita di caldaie alimentate a gas naturale.
Lo stesso REPowerEU ipotizza che dal 2025 le stesse caldaie siano declassate ed escluse da ogni genere di incentivo europeo e nazionale. Il dibattito in Europa è aperto, con i paesi nordici che spingono verso l’elettrificazione esclusiva delle caldaie, e i produttori di Italia, Francia e, in parte, anche Germania che propendono per un indirizzo ibrido, multi-tecnologico e multi-energetico.
Non esiste ancora un progetto scritto, anche se la commissione ha invitato i singoli paesi a disciplinare autonomamente il sistema delle caldaie gli incentivi. “Siamo in una situazione a dir poco confusa”, dice Montanini. “I produttori hanno bisogno di regole e tempi certi, ma soprattutto è necessario che gli strumenti siano coerenti con gli obiettivi che si dice di voler raggiungere”. Il ragionamento di Montanini è lineare. Se gli obiettivi sono l’affrancamento dal gas russo e la riduzione delle emissioni, il primo step da fare è l’efficientamento delle caldaie.
“Se oggi una caldaia, semplifico con un esempio, consuma cento, efficientarla e ridurre il consumo a cinquanta è un primo passo per tagliare l’import. Le caldaie ibride è gas naturale più elettrico è vanno in questa direzione. REPowerEU, invece, spinge verso un’elettrificazione occulta”.
Vietare l’utilizzo del gas naturale non risolve il problema del parco caldaie installato.
Secondo le stime di Assotermica, le caldaie attive in Italia sono circa 17 milioni.
Di queste, circa sette milioni sono vetuste, con consumi ed emissioni, molto elevati. Ogni anno vengono installate circa un milione di caldaie (erano 800mila prima del superbonus, nel 2022 sono 1,2 milioni).
“Il primo obiettivo dovrebbe essere quello di sostituire il parco macchine. Poi, bisognerebbe incentivare l’utilizzo delle caldaie ibride, in assoluto le più efficienti. Il problema principale non è la tipologia di energia utilizzata ma l’efficienza della caldaia”.
è la direzione di sviluppo che aveva preso il settore.
Caldaie a condensazione, a gas (naturale o biogas), a idrogeno, abbinate a pompe di calore elettriche. In Italia le imprese che operano nel settore sono 64, gli addetti diretti sono più di 11mila. Il fatturato nel 2022 è stato di 3,7 miliardi, di cui 2,1 miliardi (circa il 60%) dovuti alle esportazioni.
Un sistema a cui vanno aggiunti gli installatori, imprese molto flessibili e capaci di ingegnerizzare prodotti tailor made.
Alberto Favero, amministratore delegato di Baxi Italia, sottolinea come ci sia molta confusione tra la tecnologia e il veicolo energetico.
“Siamo stati i primi, nel 2010, a lanciare sul mercato le caldaie ibride, gas più energia elettrica. Un sistema efficiente e che funziona, al punto che in Olanda è obbligatorio e in Germania lo diventerà dal 2025. Se la UE ci spinge verso l’elettrico, facciamo un regalo ai produttori asiatici. Ma l’energia elettrica rinnovabile è solo il 35% del totale. Le caldaie elettriche utilizzeranno in gran parte energia prodotta con combustibili fossili e il taglio delle emissioni sarà limitato”.
La soluzione potrebbe essere l’idrogeno verde. “La tecnologia è disponibile”, spiega Favero. “In Olanda abbiamo fornito a dodici famiglie impianti 100% a idrogeno. Ma in Europa l’idrogeno verde è scarsissimo. Per rendere il sistema disponibile su larga scala serviranno da cinque a sette anni”.
Un approccio multi-tecnologico auspica anche Ariston group che scrive in una nota,è“La spinta all’elettrificazione rimane il cardine della nostra strategia, ma siamo convinti che la risposta alla sfida della sostenibilità non sia univoca. Il nostro approccio è multi-tecnologico e multi-vettoriale per andare incontro alle esigenze di tutti i tipi di edifici”. La soluzione, sostiene Ariston group, non può essere una sola e non può essere dirigista.
“Le caldaie ad alta efficienza” si legge nella nota del gruppo “sono già progettate per funzionare con energia rinnovabile: lo scorso anno abbiamo introdotto sul mercato la prima linea di caldaie a condensazione in grado di adattarsi alle variazioni delle miscele di gas nella rete, e certificate per funzionare con idrogeno fino al 30%. I test dei boiler al 100% sono in corso presso il nostro laboratorio di Osimo”.