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Bonus 110%

Superbonus 110% la nuova proposta: tetto massimo di spesa per non perdere i benefici

Con un Decreto Legge immediatamente operativo, il governo è intervenuto bloccando lo sconto in fattura e la cessione del credito dei bonus edilizi, vietandone l’acquisto per le pubbliche amministrazioni.Si sono trovat...

Con un Decreto Legge immediatamente operativo, il governo è intervenuto bloccando lo sconto in fattura e la cessione del credito dei bonus edilizi, vietandone l’acquisto per le pubbliche amministrazioni.
Si sono trovate in difficoltà le ditte del settore che hanno accumulato almeno 15 miliardi di crediti d’imposta che contavano di cedere a terzi e ora non possono più farlo.
L’intervento è stato scatenato dalla decisione di Eurostat di contabilizzare, per competenza, la cessione dei crediti fiscali, ovvero tutti come deficit al primo anno, senza spalmarli nell’orizzonte dei cinque anni. Ma va detto che se l’obiettivo primario è porre un freno alla spesa, bloccare il mercato secondario dei crediti fiscali non cura alla radice il problema e genera alcuni effetti indesiderati, a differenza di un semplice tetto di spesa.

Il sostegno pubblico all’efficientamento energetico degli edifici è la misura forse più importante e delicata della transizione. Una quota molto rilevante delle emissioni è prodotta dagli edifici e dunque l’intervento è essenziale per contrastare il riscaldamento globale e arrivare a emissioni nette zero entro il 2050.
Il principio di addizionalità spiega come i sussidi pubblici siano più urgenti e necessari laddove il settore privato non si muoverebbe da solo. Mentre le imprese hanno interesse a ridurre le emissioni se vogliono restare competitive e in linea con la regolamentazione UE, il settore dell’auto si trasformerà profondamente anche senza incentivi pubblici; invece, sarebbe difficile mettere in moto i condomìni senza sussidi.

Il Superbonus 110% è nato con queste buone intenzioni e con esse la cessione del credito d’imposta che voleva estendere l’agevolazione agli incapienti e ai redditi più bassi con scarsa capienza fiscale. Col senno di poi sono stati molti i limiti della misura emersi. Un credito d’imposta di 110% spalmato su cinque anni ha un valore attuale superiore a 100 (almeno ai vecchi tassi d’interesse) e quindi non comporta esborso per i cittadini, favorendo scarsa attenzione alla lievitazione dei costi.
L’assenza di tetti alla spesa pubblica nel provvedimento e le sue caratteristiche di convenienza hanno inoltre concentrato un’enorme mole di risorse in breve tempo con effetti di equilibrio economico generale di lievitazione dei costi. Ma l’effetto generale è stato quello dell’ingolfamento del mercato dei crediti d’imposta. Le ditte hanno acquistato dai clienti i crediti in quantità superiore alla capienza dei loro cassetti fiscali contando di poterli rivendere a soggetti terzi.
Il meccanismo ha funzionato fino al momento in cui importanti intermediari finanziari del Paese hanno raggiunto anche loro livelli di saturazione e smesso di acquistare, anche per timore di responsabilità in solido a seguito delle scoperte di irregolarità nei lavori.

Il rischio di una frenata troppo drastica è di paralizzare una misura che ha dato un impulso importante all’economia. è stata realizzata un’analisi degli impatti diversa dall’ANCE, dall’Ordine dei Commercialisti e dal CENSIS indicando mediamente che su 100 euro spesi dallo Stato in credito d’imposta, circa 45 rientrano come maggiori tasse per la crescita economica generata. La decisione del Governo avrà inoltre effetti distributivi indesiderati perché saranno gli incapienti, o comunque i ceti più deboli e con meno liquidità, a rinunciare ai lavori.
è urgente provare a fare qualcosa per evitare gli effetti non desiderati di questa decisione di emergenza su tante imprese e lavoratori e sul valore patrimoniale delle case nelle classi energetiche meno efficienti che è calato sensibilmente per le aspettative sull’entrata in vigore della direttiva UE sulle case green.

Il problema del rischio di una spesa pubblica fuori controllo si può affrontare con meno effetti collaterali negativi, fissando con chiarezza un tetto di spesa annuo in un orizzonte pluriennale (di qui al 2030) attraverso una decisione politica che ponderi gli impatti desiderati su contrasto al riscaldamento climatico, stimolo al settore edilizio e all’economia e sostenibilità della spesa pubblica.

Il tetto di spesa, anche in presenza di sconto in fattura e cessione del credito d’imposta, limiterà l’offerta di crediti, evitando l’intasamento del mercato e gli sconti sul valore dei crediti che abbiamo osservato nei mesi scorsi. Se si vogliono creare effetti redistributivi favorevoli è possibile riservare una quota importante del plafond all’efficientamento di case popolari o comunque di edifici in quartieri non residenziali. è inoltre essenziale impegnarsi a livello europeo affinché la risposta al piano Biden di RePowerEu sia giocata proprio sul fronte dove il settore privato fa più fatica a muoversi che è proprio quello edilizio.
Un cofinanziamento tra fondi UE e degli Stati nazionali potrebbe consentire di allargare i plafond destinati alla manovra. Sullo sfondo la direttiva UE degli edifici green.
Un ulteriore soccorso potrà arrivare dal varo dei decreti attuativi delle comunità energetiche. Potrebbero consentire ai condomìni di ridurre le emissioni diventando prosumer di energia. In questo caso la spesa pubblica è assai contenuta, visto il limite di potenza installabile previsto dalla legge e l’impatto di un euro investito dallo Stato, in termini di riduzione delle emissioni e di attivazione di valore economico è molto superiore a quello del superbonus.

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